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Il Secolo Americano, ascesa e declino (2)

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Seconda parte

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, gli Stati Uniti erano assurti al ruolo di prima potenza economico-industriale a livello planetario (ricordiamo che, comunque, nel 1893 il Prodotto Interno Lordo – PIL – pro capite statunitense superò per la prima volta quello britannico; quindi il Regno Unito nonostante conservasse il primato in termini assoluti come prima nazione industriale, iniziò a perdere posizioni al volgere del termine del diciannovesimo secolo).

Gli USA erano divenuti la principale nazione esportatrice a livello mondiale e  provvedevano a quasi la metà della produzione industriale globale; erano anche la nazione maggiormente creditrice in quanto contribuirono in modo considerevole alla ricostruzione post-bellica degli Alleati.

Il decennio che va sotto il nome di “ruggenti anni Venti” (o “Età del Jazz”) incominciò con una forte recessione accompagnata da inflazione che mise in difficoltà l’economia americana; la stretta, però, durò soltanto un anno, poiché già alla fine del 1921 si entrò in una fase di promettente espansione industriale e finanziaria.

Nel periodo 1920-1929 i settori con la crescita più vertiginosa furono quelli dell’automobile, dei prodotti elettrici ed elettronici, i prodotti petroliferi e i pneumatici, costruzione di strade e linee elettriche.

La crescita economica fu sorretta dall’applicazione dei metodi di produzioni standardizzati e uniformati derivanti dai principi di organizzazione industriale più avanzati (il fordismo e il taylorismo).

E’ fondamentale sottolineare, però, che agli aumenti di produttività non corrispondevano aumenti di retribuzioni adeguate: i salari (fonte primaria della domanda, mentre la produttività è la fonte primaria dell’offerta) non reggevano il passo con l’aumento di produttività.

Quando la produttività dell’economia aumenta ma a essa non fa riscontro un medesimo aumento dei salari, l’economia ristagna, pertanto occorre alimentare una domanda “artificiale” per mantenere l’equilibrio fra domanda e offerta.

Vedremo tra poco come  le Autorità di quel tempo, “risolsero” questo dilemma.

Nell’opinione pubblica americana, comunque, si rafforzò la convinzione che il facile accesso ai beni di consumo – anche a credito –  fosse una componente fondamentale della cittadinanza; ci si convinse che perseguire la felicità tramite il consumo fosse essenziale per la vita dei cittadini americani.

Quest’atmosfera psicologica collettiva, connotata da “esuberanza irrazionale” circa le aspettative economico-finanziarie traeva ispirazione e stimolo dall’atteggiamento a dir poco benevolo delle Amministrazione Repubblicane di Calvin Coolidge e del suo Segretario al Tesoro, Andrew S. Mellon (membro della facoltosa, altolocata e influente Famiglia Mellon) nonché dalla successiva Amministrazione a guida Herbert Hoover.

I Governi a matrice Repubblicana, grazie al perdurante avanzo di bilancio, promossero ripetutamente tagli alle imposte per “stimolare i consumi” (i tagli alle tasse premiarono, però, solo i redditi più elevati).

Le autorità monetarie, inoltre, aumentarono la quantità di denaro in circolazione e ridussero i tassi d’interesse, incoraggiando gli acquisti a credito e, soprattutto, la speculazione in Borsa.

Il credito elargito a piene mani dalle istituzioni finanziarie, costituì il lievito della speculazione: si potevano acquistare azioni in Borsa pagando un acconto del 10% in contanti mentre il 90% poteva essere restituito al prestatore tramite pagamento di interessi del 7%, del 12% o addirittura del 15%!

Ecco spiegato come le Autorità Monetarie e Governative alimentavano il “gap” tra domanda e offerta: sostenendo la domanda “artificiale” tramite fittizi stimoli ai consumi con tagli alle imposte ed elargendo credito al consumo (o per fini speculativi nelle Borse valori e affini) a piene mani.

Essi crearono un’”illusione di prosperità” (non la prosperità reale che deriva dal corretto equilibrio tra domanda e offerta, ovvero quando domanda e offerta crescono in parallelo) bensì  con l’aiuto della domanda “artificiale”.

Il problema è che “nessun pasto è gratis” pertanto i benefici della domanda “artificiale” (cioè il ricorso al deficit di spesa governativa o alla continua erogazione di credito al consumo) non durano per sempre.

In ogni caso, a metà del 1929 gli Stati Uniti erano in condizione di piena occupazione e con un tasso di inflazione prossimo allo zero.

I prezzi delle azioni alla Borsa di New York, avevano iniziato a salire fin dal 1921; nel 1924 vi fu un’accelerazione al rialzo delle quotazioni.

L’aumento sembrava inarrestabile, difatti proseguì per tutto il 1925; subì una battuta d’arresto nel 1926  in concomitanza con lo scoppio della bolla immobiliare della Florida.

Salì di nuovo nel 1927 e nel 1928 perse i contatti con la realtà economica.

Poi arrivò il 1929.

Nella storia dell’economia nessun anno è mai commemorato come il 1929: fu l’anno della catastrofe finanziaria ed economica destinato a rimanere impresso perennemente nella memoria collettiva mondiale.

Nella primavera di quell’anno, il mercato azionario statunitense corresse al ribasso, ma nei tre mesi seguenti le quotazioni si inerpicarono al rialzo come e più che nell’anno precedente: i prezzi delle azioni iniziarono a divenire astronomici.

All’inizo del 1929, Paul M. Warburg, noto banchiere e fondatore del Reserve Federal System, mise in guardia investitori, risparmiatori e speculatori circa “l’orgia speculativa che si sta consumando sui mercati azionari”.

La replica alle tesi di Warburg fu irritata e spazientita: i sostenitori e gli speculatori di Borsa sostennero che Warburg aveva idee superate e arcaiche circa i mercati finanziari.

Il commento più acido e corrosivo fu il seguente: “Warburg vuole intralciare la prosperità americana”.

Pochi altri osarono denunciare la speculazione forsennata in corso sui mercati borsistici: non era semplice andare controcorrente in un momento storico in cui gli uomini più celebrati erano coloro che cavalcavano il boom azionario come lo speculatori di Borsa M.J. Meehan, il “Re” delle vendite allo scoperto Bernard  E. Smith (soprannominato “Sell ‘Em Ben” – ovvero “vendile Ben”!) o banchieri come Charles E. Mitchell della National City Bank e Albert H. Wiggins della Chase.

Il crollò iniziò lunedì 21 ottobre 1921.

I corsi azionari subirono un forte ribasso, in accelerazione nei giorni successivi, soprattutto giovedì 24; venerd’ 25  le quotazioni risalirono  ma la fiducia si diradò all’apertura delle Borsa, lunedì 28.

In quel giorno le vendite furono pesanti e martedì 29 ottobre gli eventi precipitarono; niente e nessuno riuscì a fermare i corsi azionari dal tracollo.

Anche nelle settimane seguenti le sorti del mercato azionario non si risollevarono, anzi, le quotazioni precipitarono ulteriormente al ribasso.

L’impatto economico e psicologico dello scoppio della bolla azionaria fu devastante, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo.

Capitali speculativi furono bruciati nel rogo della bolla così come ingenti entità di risparmi di conseguenza, instauratosi il panico e il pessimismo collettivo, il volume degli investimenti industriali (e finanziari)  diminuì vertiginosamente; i consumi crollarono, dilagò il tasso di disoccupazione (dal 1929 al 1933 circa un quarto degli americani –il 25% – si trovò disoccupato) e migliaia di banche fallirono causando il panico tra i risparmiatori e investitori.

Il valore delle azioni scese dell’80% in quattro anni, il PIL statunitense si contrasse del 9,5% nel 1930, dell’8,5% nel 1931 e del 13,4% nel 1932.

Si scatenò la Grande Depressione che diede origine a una catena di eventi che caratterizzarono tutto il decennio successivo.

Nelle grandi metropoli americane come New York, Chicago, Boston o Philadelphia, le code di disoccupati in attesa di una pagnotta e un piatto di minestra calda erano diventate uno spettacolo comune.

E questa miseria e disperazione perdurarono non per qualche mese, ma per anni e anni.

I mercati azionari precipitarono , uno dopo l’altro, in tutto il mondo; i prezzi delle materie prime così come dei prodotti finiti si contrassero e con essi interi settori dell’economia globale, la depressione economica colpì l’intero pianeta, le democrazie come le dittature, senza risparmiare l’America Latina e i paesi in via di sviluppo.

Alcuni paesi esportatori di prodotti agricoli dovettero dichiarare insolvenza e il collasso dell’economia mondiale inflisse indicibili sofferenze a tutto il pianeta.

Già allora il commercio e gli investimenti internazionali legavano a doppio filo economie avanzate e paesi in via di sviluppo.

FINE SECONDA PARTE

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