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Il Secolo Americano, ascesa e declino

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Questo è il primo di una serie di articoli che intendono ricostruire, in modo sintetico ma all’occorrenza dettagliato, l’ascesa degli Stati Uniti nel Novecento e la successiva fase di declino della superpotenza, a partire dal Duemila in avanti.

Per cominciare cerchiamo di chiarire un concetto: il termine Secolo Americano è stato introdotto nel 1941 per la prima volta dall’editore del Time, Henry Luce, per esporre quello che, secondo l’autore, avrebbe dovuto essere il ruolo degli Stati Uniti nel XX secolo.

In quell’articolo del 1941, Henry Luce promuoveva gli USA a nazione patrocinatrice dei sistemi politici democratici; in effetti, Luce invitava gli Stati Uniti a entrare nella Seconda Guerra Mondiale con  il compito storico di proteggere i valori democratici in tutto il globo.

Al contrario di Henry Luce, il sottoscritto ritiene che il Secolo Americano sia iniziato 20 anni prima, nel 1921, quando il Dollaro Americano assunse il ruolo di valuta di riserva mondiale.

Per quale motivo?

A causa del fatto che, quando una nazione riesce ad assicurare alla propria valuta il ruolo di valuta di riserva globale, in quel momento assume e prende su di sé un ruolo egemonico a livello mondiale, marcando un “cambiamento epocale di marcia” (in inglese: Pivotal Change) negli assetti economici,  finanziari, geopolitici e militari globali.

La moneta di un paese è detta “valuta di riserva” se funge da mezzo di pagamento universale per la regolazione delle transazioni commerciali e finanziarie mondiali.

Fino al 1914, questo ruolo era ricoperto dalla Sterlina Britannica che lo aveva ereditato nel 1815-1816 dalla Francia uscita sconfitta dalle guerre napoleoniche.

Dal 1815 la Gran Bretagna adottò il “Gold Standard” e la sua valuta assunse il rango di valuta di riserva mondiale.

Un secolo dopo, nel 1914, la Gran Bretagna fu costretta a svalutare la Sterlina a causa delle ingenti spese militari per affrontare la Prima Guerra Mondiale; l’Inghilterra uscì pertanto dal sistema aureo e svalutò la propria moneta per fare fronte alle spese di guerra.

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, le maggiori potenze mondiali intendevano ritornare al sistema monetario aureo; a questo scopo, tra il 10 aprile e il 19 maggio del 1922, i delegati di 34 nazioni si incontrarono più volte a Genova (Conferenza di Genova del 1922) per discutere i nuovi assetti economico-finanziari post-guerra.

Il Dollaro, dopo quella Conferenza, assurse a nuova valuta di riserva mondiale insieme (in “condominio”) con la Sterlina Britannica.

Durante la Prima Guerra Mondiale, tutti gli Stati coinvolti, stamparono enormi quantità di cartamoneta per fronteggiare le spese di guerra, Gran Bretagna inclusa.

Per tornare al regime del sistema aureo stabilito nella Conferenza di Genova del 1922, ogni Stato doveva prendere due decisioni: o rivalutare il prezzo dell’oro rispetto alla propria valuta (per compensare l’eccesso di cartamoneta stampata nel periodo di guerra) oppure diminuire drasticamente l’offerta di credito e cartamoneta (di nuovo, per adeguare il valore della propria moneta al nuovo riferimento aureo).

La Gran Bretagna optò per la seconda scelta; quindi, invece di rivalutare il valore dell’oro in Sterline per adeguarlo ai parametri del nuovo sistema monetario improntato sul “Gold Standard”, scelse di decurtare credito e cartamoneta circolante, sottraendo moneta alla sfera economica.

Ciò causò la demonetizzazione del mercato interno che si riflesse in una devastante deflazione.

Il Regno Unito uscì largamente logorato dalla Prima Guerra Mondiale, mentre il territorio degli Stati Uniti non ne era stato toccato; inoltre gli USA uscivano dalla guerra come nazione creditrice a livello mondiale.

L’Inghilterra, era costretta a saldare le importazioni di prodotti agricoli dagli USA tramite il trasferimento di oro fisico, ma neppure questo deflusso di oro riuscì a risollevare dalla deflazione il mercato interno britannico; già dal 1926 il mercato inglese soffriva di forte demonetizzazione con riflessi negativi sul PIL, sui consumi, sugli investimenti e sull’occupazione.

Il primo grande scossone alla Sterlina Britannica come valuta di riserva avvenne nel 1929, subito dopo la Grande Depressione.

Per affrontare i riflessi della crisi, la Gran Bretagna fu costretta, nel 1931, a slegare la Sterlina al Gold Standard.

Gli Stati Uniti svalutarono il Dollaro nel 1933 (anche loro per fare fronte agli effetti della Grande Depressione): fino al 1939 (data di inizio della Seconda Guerra Mondiale) Dollaro e Sterlina rimasero le valute di riferimento mondiali, anche se sganciate dal sistema del “Gold Standard”.

Ma nel 1939, la Gran Bretagna, sospese ogni tipo di pagamento in oro fisico per fare fronte alle importazioni; terminò definitivamente il suo ruolo di valuta di riserva globale.

LA GRANDE DEPRESSIONE

Quindi, a partire dal 1921, il Dollaro Americano, funse da valuta di riserva mondiale; in concomitanza con la genesi di questo ruolo da parte della moneta a stelle e strisce, gli Stati Uniti iniziarono gli anni Venti del Novecento entrando in un’era di prosperità, per certi versi, euforica ed eccessivamente ottimistica.

Questa visione esaltante era condivisa da tutti i ceti americani ed era condivisa da tutta la società.

Il Secolo Americano, pertanto, iniziò negli anni Venti del secolo scorso.

Dal 1922 al 1928 il PIL crebbe del 40% e si diffuse a macchia d’olio la cultura del “consumismo”: la diffusione su larga scala dei beni di consumo divenne un tratto caratteristico della vita sociale statunitense, sia nella vita privata delle famiglie che negli individui.

Telefoni, automobili, macchine per cucire, ferri da stiro, radio e fonografi poterono essere acquistati da larghe fasce della popolazione; crebbe l’edilizia abitativa con le caratteristiche (anche attuali) periferie suburbane dei grandi centri metropolitani, contraddistinti dal susseguirsi ininterrotto di abitazioni unifamiliari a espansione orizzontale, immensi quartieri residenziali inframezzati da supermercati, empori, ipermercati, negozi e ristoranti.

Già dagli anni Venti del Novecento, negli Stati Uniti, comunque, la capacità di consumo non era ripartita in modo eguale tra i vari ceti sociali, anzi le sperequazioni sociali erano profonde (il 20% più ricco incamerava il 55% dei risparmi contro il 40% della popolazione più povera a cui concerneva solo il 12,5% del reddito nazionale).

Si affermò la cultura degli “acquisti a credito”: acquisti che consentivano di pagare sotto forma di rate gli articoli e i beni di consumo.

In ogni caso, sembrava che la crescita economica dovesse durare per sempre, accompagnata da un elevato tasso di mobilità sociale verso l’alto che lasciava intravvedere a chiunque un futuro migliore, sempre più redditizio e proficuo per tutti.

Ma, la prima manifestazione di euforia (anzi: di follia) speculativa non avvenne a Wall Street bensì in Florida, con il grande boom immobiliare del decennio.

In Florida si “scoprirono” le luccicanti e splendenti virtù dell’acquisto a credito (in questo caso – immobiliare -).

Nel 1920 l’attenzione degli investitori si concentrò proprio sulla Florida: vi contribuì l’indubbia attrazione costituita dal clima che per molti, in contrasto con il clima gelido e freddo di Chicago e New York,  costituiva sicuramente una prospettiva favorevole all’acquisto di lotti di terreno nella solare e calda penisola situata nell’estrema parte meridionale degli USA.

Il turismo si stava sviluppando in tutti gli Stati Uniti, la Borsa (Wall Street) marciava al rialzo dal 1921 e i primi investitori iniziarono a fare incetta di terreni per la costruzione di ville con piscine, alberghi e campi da golf in Florida.

I lotti di terreno da edificare si potevano acquistare pagando in contanti il 10% e successivamente a debito con pagamento a rate (virtù degli acquisti a credito!!).

Ogni ondata di acquisti stimolava la successiva, con aspettative di raddoppio dei prezzi dei lotti di terreno nel giro….di qualche settimana!

L’abbondante credito disponibile alimentava la speculazione al rialzo e risparmiatori e speculatori si indebitavano in modo spensierato nella convinzione che i prezzi triplicassero o quadruplicassero nel volgere di qualche mese!

Il crollo inevitabile arrivò nel 1926: i prezzi cominciarono a lievitare in modo eccessivo rispetto alla domanda, che iniziò lentamente a inaridirsi; i vecchi investitori covarono i primi timori e iniziarono a vendere non trovando acquirenti come controparte;  i prezzi, pertanto, cominciarono rapidamente a contrarsi e gli investitori iniziarono a non riuscire a pagare i crediti presi a prestito e si trovarono con immobili e terreni ipotecati dagli istituti di credito.

La bolla immobiliare era scoppiata fragorosamente.

Si salvarono solo i pochi primi investitori che riuscirono a vendere all’apice dei prezzi.

FINE PRIMA PARTE

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One Response to “Il Secolo Americano, ascesa e declino”

  1. Piergiorgio scrive:

    Ciao Rick, vorrei chiederti se in un prossimo futuro, o anche in un futuro più lontano, intendi scrivere ancora il Barometro dei metalli preziosi, come più volte ci hai promesso, o se è da considerarsi un discorso già chiuso, perché è dai tempi di Deshgold che non posti più questa rubrica settimanale tanto amata e seguita. Saluti

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